Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 13 luglio, è entrato in vigore il giorno successivo il DL 87/2018, cd. Decreto Dignità, recante “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”.

La normativa introduce importanti modifiche alla disciplina del contratto a termine la cui durata “naturale” è ridotta a dodici mesi, limite entro il quale la stipula del contratto rimane acausale. Il rinnovo è ammesso, invece, fino a un massimo di ventiquattro mesi solo in presenza di:

a) esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze sostitutive di altri lavoratori;

b) esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria.

Il costo contributivo dei contratti rinnovati aumenta, inoltre, dello 0,5% rispetto all’1,4% già previsto per i contratti a tempo determinato.

Nell’arco dell’intero rapporto il termine può, poi, essere prorogato non più di quattro volte (la precedente disciplina prevedeva un massimo di cinque proroghe).

Unica deroga al regime di causalità in tal modo introdotto è contemplata per i contratti stagionali per i quali sono ammessi rinnovi o proroghe anche in assenza delle specifiche esigenze sopra rammentate.

Il superamento del limite massimo di ventiquattro mesi è sanzionato con la trasformazione del rapporto in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Fatti salvi i rapporti di durata inferiore a dodici giorni, l’apposizione del termine deve risultare da atto scritto recante in caso di rinnovo, o proroga eccedente i dodici mesi, la specificazione delle causali.

Alla somministrazione a tempo determinato si applicano le stesse disposizioni previste per il contratto a termine.

Il limite per impugnare l’illegittima apposizione del termine, precedentemente fissato in 120 giorni dalla cessazione del contratto, è stato innalzato a 180 giorni.

La nuova disciplina trova applicazione ai contratti di lavoro a tempo determinato stipulati successivamente all’entrata in vigore del decreto nonché ai rinnovi e alle proroghe dei contratti già in essere.

Le modifiche non si applicano, invece, ai contratti a termine stipulati dalle pubbliche amministrazioni che continueranno ad essere regolamentati dalla disciplina previgente all’entrata in vigore del DL 87/2018.

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Il Decreto interviene anche sulla disciplina delle tutele crescenti modificando l’art. 3 comma 1 D.lgs. 23/2015. Viene, infatti, aumentata la misura del risarcimento del danno dovuto nei casi di licenziamenti illegittimi perché comminati in assenza degli estremi del giustificato motivo oggettivo, soggettivo o della giusta causa.

In tali ipotesi, ferma restando l’estinzione del rapporto di lavoro, l’indennità cui è condannato il datore di lavoro, pari a due mensilità per ogni anno di servizio, non potrà essere inferiore a sei (e non più a quattro) e superiore a trentasei (e non più ventiquattro) mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto. L’indennità rimane in ogni caso esclusa dall’assoggettamento a contribuzione previdenziale.

Misure specifiche sono, infine, previste al fine di contrastare la delocalizzazione delle imprese.

A tale riguardo, l’art. 5 del DL 87/2018 dispone la decadenza dai benefici ottenuti per l’effettuazione di investimenti economici per quelle imprese che, nei cinque anni successivi al ricevimento dell’incentivo, delocalizzino la loro attività in Stati non appartenenti all’Unione europea, ad eccezione degli Stati aderenti allo Spazio economico europeo. Alla decadenza si aggiunge il pagamento di una sanzione pari ad un importo da due a quattro volte quello del beneficio fiscale fruito.

Nel caso in cui il beneficio sia stato accordato per investimenti da effettuarsi in uno specificato sito, alla delocalizzazione dell’unità produttiva al di fuori del sito incentivato segue la sola decadenza dal beneficio ottenuto.

 

Ecco il testo del decreto attualmente in vigore in attesa della conversione.

http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/07/13/18G00112/sg

 

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