Lo scorso dicembre la Corte di Giustizia è intervenuta su un tema particolarmente importante per le aziende del settore lusso: la distribuzione selettiva e la possibilità di prevedere nei contratti coi propri distributori clausole che vietano la vendita dei prodotti nei cosiddetti marketplace. La Corte ha infatti stabilito che un fornitore di prodotti di lusso può vietare ai suoi distributori autorizzati di vendere i prodotti su una piattaforma Internet terza come Amazon, in quanto un simile divieto è adeguato e in linea di massima non va oltre quanto necessario per salvaguardare l’immagine di lusso dei prodotti.

La Corte si è espressa in relazione al ricorso presentato dalla Coty Germany, società che vende prodotti cosmetici di lusso in Germania, tramite un sistema di distribuzione selettiva. Coty chiede infatti ai propri distributori di rispettare un certo numero di requisiti sotto il profilo dell’ambiente, delle dotazioni e dell’arredamento. Inoltre, il contratto coi distributori autorizzati prevede che agli stessi è consentito vendere i prodotti Coty su Internet, a condizione che utilizzino la propria vetrina elettronica oppure piattaforme terze non autorizzate, senza che l’intervento di queste ultime sia riconoscibile dal consumatore. Al contrario, è fatto loro espresso divieto di vendere online i prodotti tramite piattaforme terze che operano in modo riconoscibile nei confronti dei consumatori.

Azionando la clausola, Coty si è rivolta al giudice, affinché quest’ultimo vietasse ad un distributore di commercializzare i prodotti sulla piattaforma di marketplace Amazon.de. Il giudice di prime cure ha respinto la domanda di Coty sul presupposto che la limitazione alle vendite su piattaforme di marketplace costituisse una restrizione concorrenziale vietata dall’art. 101 TFUE. Coty ha così deciso di appellare la sentenza avanti all’Oberlandesgericht di Francoforte. L’Oberlandesgericht a sua volta ha ritenuto di interpellate la Corte di Giustizia per domandare un chiarimento sulla legittimità di tale clausola.

In primo luogo la Corte ha ribadito l’orientamento in tema di distribuzione selettiva, confermando che un sistema di distribuzione selettiva non è vietato dall’articolo 101, paragrafo 1, del TFUE, nella misura in cui:
(i)      i rivenditori siano scelti sulla base di criteri oggettivi di natura qualitativa, stabiliti uniformemente per tutti i potenziali rivenditori ed applicati in modo non discriminatorio;
(ii)    le caratteristiche del prodotto in questione necessitino di tale rete per preservarne la qualità e garantirne il corretto utilizzo; e, infine,
(iii)   i criteri non vadano al di là di quanto necessario.
Con riferimento alla clausola contrattuale che pone il divieto di vendita sui marketplace, la Corte ha dichiarato che il divieto di intese previsto dal diritto dell’Unione non osta a una clausola contrattuale che vieta ai distributori di un sistema di distribuzione selettiva di prodotti di lusso finalizzato, primariamente, a salvaguardare l’immagine di lusso di tali prodotti, di servirsi in maniera riconoscibile di piattaforme terze per la vendita a mezzo Internet dei prodotti interessati, qualora siano rispettate le seguenti condizioni:
(i)                  tale clausola deve essere diretta a salvaguardare l’immagine di lusso dei prodotti interessati,
(ii)                deve essere stabilita indistintamente e applicata in modo non discriminatorio e
(iii)               deve essere proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito.
Ancora, a giudizio della Corte, tale divieto è adeguato a salvaguardare l’immagine di lusso dei prodotti interessati.
 
Infine, la Corte risponde alla questione relativa alla possibilità che tale divieto di vendere su internet tramite imprese terze, imposto ai membri di un sistema di distribuzione selettiva di beni di lusso, costituisca una restrizione fondamentale ai sensi del regolamento 330/2010, che escluderebbe il beneficio dell’esenzione per categoria per gli accordi contenenti tale clausola.
La Corte chiaramente respinge questa tesi, affermando che il divieto imposto ai membri di un sistema di distribuzione selettiva di beni di lusso, che operano in qualità di distributori nel commercio al dettaglio, di servirsi, in maniera riconoscibile, di imprese terze per la vendita a mezzo internet, non costituisce una restrizione della clientela, ai sensi dell’articolo 4, lettera b), di tale regolamento, né una restrizione delle vendite passive agli utenti finali, ai sensi dell’articolo 4, lettera c), del Regolamento 330/2010. 
 
Qui il testo integrale della sentenza: http://curia.europa.eu/juris/documents.jsf?num=C-230/16
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn